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La spesa a pizzo zero (libro e DVD)
Inviato da: andreas di 24 Feb 2011 - 11:10 PM
Testi, contributi, ricerca, analisi E' appena stato pubblicato da Altreconomia il libro di Francesca Forno con DVD allegato su "La spesa a pizzo zero - Consumo critico e agricoltura libera: le nuove frontiere della lotta alla mafia".
Vedi la presentazione sul sito di Altreconomia a questo link:

http://www.altreconomia.it/site/ec_articolo_dettaglio.php?intId=129

Qui sotto la recensione di Raffaela Cosentino pubblicata su Redattore Sociale il 5 aprile 2011

Combattere la mafia con la busta della spesa

Da Altraeconomia un cofanetto con il libro di Francesca Forno “La spesa a pizzo zero” e il dvd “Storie di resistenza quotidiana” di Paolo Maselli e Daniela Gambino. Dalle prime cooperative sorte sui beni confiscati, storia di una rivoluzione sociale.

ROMA – I cittadini – consumatori che usano il ‘potere’ della busta della spesa per cambiare le cose, il consumo critico applicato al movimento antimafia, i successi di AddioPizzo e delle cooperative di Libera Terra sorte sui beni confiscati ai clan. Sono le nuove frontiere della lotta alle mafie che riescono a coniugare i circuiti dei gruppi d’acquisto solidali diffusi nel nord e nel centro Italia con le battaglie dal basso di chi nel sud si oppone ai boss. A spiegare come funziona “La Spesa a Pizzo Zero” è Francesca Forno, sociologa dei consumi all’Università di Bergamo, con un volume che porta questo titolo pubblicato da “Altraeconomia”. Un cofanetto libro+dvd con l’aggiunta del documentario “Storie di resistenza quotidiana” realizzato da Paolo Maselli e Daniela Gambino per raccontare l’antiracket e la lotta alle mafie a Palermo attraverso i volti e la voce dei protagonisti.
L’economia solidale diventa uno strumento per l’azione collettiva antimafia. “Il consumo critico rappresenta un modo semplice e poco costoso – scrive l’autrice – con cui i cittadini (anche quelli più sfiduciati e fatalisti) possono mostrare quotidianamente la loro opposizione alla mafia. La spesa antimafia è inoltre un’azione poco rischiosa che può essere condotta in forma anonima”. Ma ha il vantaggio di sostenere e rafforzare l’economia legale. Con l’identificazione e il supporto alle attività ‘Pizzo free’ l’antimafia cessa di essere appannaggio delle autorità e della magistratura e diventa una questione interna alla società che coinvolge tutti i cittadini nel momento in cui vanno a fare la spesa. Una strategia innovativa che prende le mosse dal consumerismo politico e dalle idee del movimento no global applicate alle nuove esperienze dal basso di lotta alla criminalità organizzata. L’obiettivo è quello di neutralizzare l’isolamento che colpisce gli imprenditori che denunciano, costretti a subire il crollo degli affari per la perdita di clienti e fornitori. L’arena della protesta si sposta dalla politica al mercato. Il 29 giugno 2004 il centro storico di Palermo si sveglia tappezzato di adesivi “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Da quella prima azione di 7 giovani che costituiscono il comitato spontaneo di Addiopizzo si innesca un circuito virtuoso che in soli tre anni porta nel 2007 la Confindustria siciliana a espellere chi non denuncia gli estorsori o è connivente con i mafiosi. Oggi la lista ‘Pizzo free coinvolge 500 imprese e negozi palermitani e nel 2010 è nato anche il marchio ‘pizzo free’ adottato da 34 aziende, costantemente monitorate da Addiopizzo.
Ma un’altra rivoluzione è in atto negli ultimi anni, grazie alle cooperative sociali sorte sui beni confiscati che producono vino, olio e altri prodotti agricoli. Infatti se i commercianti si sono incamminati sulla strada della denuncia, gli agricoltori ancora subiscono in silenzio il ricatto delle mafie, le quali hanno interessi fortissimi nella filiera agricola, con infiltrazioni ormai documentate nel trasporto, nella grande distribuzione, nella gestione dell’acqua per irrigare. Per scardinare questo sistema, le speranze sono riposte nell’alleanza fra queste cooperative, le produzioni biologiche e i gruppi d’acquisto solidale. L’economia equa e solidale, applicata ai sud del mondo, sta funzionando nel creare legami fra i consumatori attenti del nord e i produttori etici del meridione italiano, come Roberto Li Calzi e il consorzio ‘Galline Felici’.
“Questi movimenti ci hanno insegnato che il mercato può essere impugnato dalla parte del manico” scrive Francesca Forno nelle conclusioni. Nonostante ciò, quello dei beni confiscati resta un problema aperto. Sono 11mila in tutta Italia, di cui 1300 aziende, ma la loro consegna e il riutilizzo sociale sono bloccati spesso da ipoteche che gravano sui beni. Il volume si chiude lasciando aperto questo capitolo con un’intervista a don Luigi Ciotti. “Il 45% dei beni confiscati e già destinati non può essere utilizzato perché sotto ipoteca – dice il fondatore di Libera – anche le banche devono farsi un esame di coscienza e assumersi le proprie responsabilità”.

Nota: http://www.redattoresociale.it
 
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